Ieri sera (domenica!), mentre guardavo in tv le immagini mandate in loop dell'aggressione a Berlusconi, una strampalata (ma neanche poi troppo) associazione mentale mi ha riportata alla trama di un libro di Fruttero e Lucentini diventato film nel '75 con la regia di Luigi Comencini.
Nell'afosa Torino de La donna della domenica, appena prima degli sconvolgimenti degli anni '70 e degli anni di piombo, un individuo equivoco, il volgare e viscido architetto Garrone, professionista fallito, viene misteriosamente assassinato, colpito sulla zucca con un fallo in pietra.
Mastroianni-commissario Santamaria indaga nell'ambiente borghese in cui il defunto razzolava.
Nella versione milanese dei nostri giorni, in un clima di tensione e violenza verbale alimentata quotidianamente da politici primedonne isteriche e media cani da riporto, un imprenditore in cattive acque sceso in politica (non si sa se viscido, ma di sicuro 'utilizzatore finale') viene colpito sulla zucca da una statuetta del Duomo, bela madunina compresa.
Bon, in quanto a stile, finzione-realtà (e anche Torino-Milano, direi) 100 a zero: qui non c'è giallo, ma solo la triste storia di un fuori di testa. E non c'è nemmeno l'affascinante Mastroianni, ma una task force di poliziotti e bodyguard palestrati impegnati a prender farfalle.
Meno male che poi, tra un dispaccio medico e l'altro, sono intervenuti alcuni ministri della nostra povera Repubblica a riportarmi alla triste realtà.
Parte subito il Ministro alla difesa Ignazio La Russa: "Quando si fanno le manifestazioni non per un partito ma contro una persona e si incita all'odio questo è il risultato. Questo è il frutto della politica dell'odio". Condivisibile, peccato però che lo affermi uno che poco più di un mese fa in tv, con le vene del collo di fuori, berciava: "POSSONO MORIRE, ma il crocifisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche. POSSONO MORIRE, POSSONO MORIRE loro e quei finti organismi internazionali che non contano nulla". Vabè dai, apprezziamo lo sforzo. L'idea c'era, era sufficiente che nella spartizione delle cose da dire questa l'avessero assegnata qualcun'altro/a. Chessò, ad esempio la Carfagna, la Brambilla e la Gelmini di solito ripetono bene.
Poi tocca al Ministro dell'interno Roberto Maroni (quello a capo delle forze dell'ordine che non hanno visto il Duomo di Milano librarsi nell'aere) che coglie la palla al balzo e usa la faccia rotta altrui al fine di sponsorizzare un suo vecchio sogno ed avvicinare l'Italia all'Iran e alla Cina: la censura del web. "Non intendo tollerare che su internet si continui a inneggiare alla violenza" dice allo speciale Tg1, "Non si possono tollerare atteggiamenti come 'ammazzare Tizio o Caio' senza che si possa intervenire".
Poi, quando le acque si saranno calmate, il ministro ci spiegherà come intende intervenire nei confronti dei suoi compagni di partito, che presumibilmente un computer non sanno nemmeno accenderlo, ma inneggiano senza frontiere direttamente dalle piazze, dai giornali e dalla tv (che a differenza di internet entra in TUTTE le case).
Un poker d'assi ad esempio:
"Se necessario imbracceremo i fucili contro la canaglia comunista romana" (Bossi, Corriere.it, 06/04/08).
"Come si sa, preferisco la legge del taglione" (Calderoli, L'Espresso, 06/12/07)
"Darò subito disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni" oppure "I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka" (Gentilini, LaRepubblica.it, 09/08/07).
"Noi ai clandestini bastardi gli diamo il mille per mille di calci in culo con la legge Bossi-Fini" (Borghezio, quello che propose di usare i proiettili di gomma contro gli immigrati, citato ne La Repubblica, 23/06/02)
No, niente da fare, violenza 1.000. Stile zero. E coerenza sotto zero.